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Жизнеописание Данте и Петрарки - Леонардо Бруни

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Toscana, e altre cominciarono a riaversi, ed a dare opera a gli studj, ed alquanto limare il grosso stilo, e così a poco a poco vennero ripigliando vigore, ma molto debilmente, e senza vero giudizio di gentilezza alcuna, più tosto attendendo a dire in rima volgare, che ad altro; E così per insino al tempo di Dante, lo stilo litterato pochi sapevano, e quelli pochi il sapevano assai male, come dicemmo nella vita di Dante.

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Francesco Petrarca fù il primo, il quale ebbe tanta grazia d ‘ ingegno, che riconobbe, e rivocò in luce l’antica leggiadria dello stilo perduto, e spento, e posto che in lui perfetto non fosse, pur da se vide, ed aperse la via a questa perfezione, ritrovando l’opere di Tullio, e quelle gustando, ed intendendo, adattandosi quanto poté, e seppe a quella elegantissima e per fettissima facondia: e per certo fece assai, solo a dimostrare la via a quelli, che dopo lui avevano a seguire.

Dato adunque a questi studj il Petrarca, e manifestando sua virtù insino da giovane fù molto onorato, e riputato, e dal Papa fù richiesto di volerlo per Secretario di sua Corte, ma non consentì mai, ne prezzò il guadagno: niente di manco per poter vivere in ozio, con vita onorata, accettò benefici, e fessi Cherico secolare, e questo non fè tanto di suo proposito, quanto costretto da necessità, perché dal Padre o poco, o niente d ‘ eredità gli rimase, ed in maritare una sua sorella, quasi tutta l’ eredità paterna si converti: Gherardo suo fratello si fè Monaco di Certosa, ed in quella Religione perseverando, fini sua vita .

Gli onori del Petrarca furono tali, che niuno uomo di sua età fù più onorato di lui, né solamente oltre a ‘Monti, ma di quà in Italia, passando a Roma, solennemente fù coronato Poeta: scrisse egli medesimo in una sua Epistola, che nel 1350. venne a Roma per lo Giubileo, e nel tornare da Roma, fece la via d ‘ Arezzo per vedere la Terra, dove era nato, e sentendosi di sua venuta, tutti i cittadini gli uscirono incontra, come se gli fosse venuto un Rè: e, conchiudendo, per tutta Italia era si grande la fama, e l’onore a lui tribuito da ogni Città, e Terra, e da tutti i Popoli, che parea cosa incredibile, e mirabile ; né solamente dà Popoli, e dà mezzani, ma dà sommi, e grandi Principi e Signori fu disiderato, ed onorato, e con grandissime provisioni appresso di se tenuto ; perocché con Messer Galeazzo Visconti dimora fece alcun tempo con somma grazia pregato da quel Signore, che appresso a lui si degnasse di stare: e simile dal Signore di Padova fù molto onorato: ed era tanta la riputazione sua, e la riverenzia, che gli era portata da que’ Signori, che spesse volte con lui lunga contesa facevano di volerlo mandare innanzi nell’ andare, o nell’ entrare in alcuno luogo, e preferirlo in onore. Così il Petrarca con questa vita onorata, e gradita visse infino allo estremo di sua età.

Ebbe il Petrarca nelli studj suoi una dote singolare, che fù attissimo a prosa, ed a verso, e nell’ uno stilo, e nell’ altro fece assai opere: la prosa sua è leggiadra, e fiorita, il verso è limato, e ritondo, ed assai alto ; E questa grazia dell’ uno stile, e dell’ altro, è stata in pochi, u in nullo fuor di lui, perché pare, che la Natura tiri, o all’ uno, o all’ altro, e quale vantaggia per natura a quello si suole l’ uomo dare: onde addivenne, che Virgilio nel verso eccellentissimo, niente in prosa valse, o scrisse, e Tullio sommo maestro nel dire in prosa, niente valse in versi. Questo medesimo veggiamo de gli altri Poeti, ed Oratori, l’ uno di questi due stili essere stato la sua eccellente loda: ma in amendue gli stili, niuno di loro: che mi ricordi aver letto: il Petrarca solo è quello, che per dota singolare nell’ uno, e nell’ altro- stilo fù eccellente, ed opere molte compose in prosa, ed in versi, le quali non fà bisogno raccontare, perché sono note.

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Morì il Petrarca ad Arquate, Castello del Padovano, dove in sua vecchiezza ritraendosi per sua quiete, e vita oziosa, e separata da ogni impedimento, aveva eletto sua dimora. Tenne il Petrarca, mentre, che visse, grandissima amicizia con Giovanni Boccaccio in quella età famoso ne’ medesimi studj; sicché morto il Petrarca, le Muse Fiorentine, quasi per ereditaria successione rimasero al Boccaccio, ed in lui risedette la fama de’ predetti studj, e fù successione ancor nel tempo, perocché quando Dante morì, il Petrarca era d ‘ età d’ anni diciasette, e quando morì il Petrarca, era il Boccaccio di minore età di lui anni nove, e così per successione andarono le Muse.

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La vita del Boccaccio non scriveremo al presente, non perché egli non meriti ogni grandissima loda, ma perché a me non sono note le particolarità di sua generazione, e di sua privata condizione, e vita, senza la cognizione delle quali cose scrivere non si debbe. Ma l’opere, ed i libri suoi mi sono assai noti, e veggio, che egli fù di grandissimo ingegno, e di grandissimo studio, e molto laborioso, e tante cose scrisse di sua propria mano, che è una maraviglia: apparò Grammatica da grande, e per questa cagione non ebbe mai la lingua Latina molto in sua balia: ma per quel che scrisse in volgare, si vede, che naturalmente egli era eloquentissimo, ed aveva ingegno oratorio: Dell’opere sue scritte in Latino, la Genealogia Deorum tiene il principato: fù molto impedito dalla povertà, a mai si contentò di suo stato, anzi sempre querele, e lagni di se scrisse ; tenero fù di natura, e disdegnoso, la qual cosa guasto molto é fatti suoi, perché né da se aveva, né d’essere appresso a ‘ Principi, e Signori ebbe sofferenza.

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Lasciando adunque stare il Boccaccio, ed indugiando la

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