Жизнеописание Данте и Петрарки - Леонардо Бруни
E così la Fortuna questo mondo gira, e permuta gli abitatori col volgere di sue rote.
Comincia la vita di Messer Francesco PETRARCA
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Francesco Petrarca uomo di grande ingegno, e non di minor virtù, nacque in Arezzo nel Borgo dell’Orto: la natività sua fù nel 1304. a ‘ di 21. di Luglio, poco innanzi il levar del Sole. Il Padre ebbe nome Petracolo, l’Avolo suo ebbe nome Parenzo; l’origine loro fù dall’ Ancisa. Petracolo suo Padre abitò in Firenze, e ſù adoperato assai nella Repubblica, perocchè molte volte mandato fù Ambasciadore della Città in gravissimi, casi, molte volte con altre commessioni adoperato a gran fatti, ed in Palagio un tempo fù Scriba sopra le Riformagioni diputato, e fù valente uomo, ed attivo, ed assai prudente.
Costui in quel naufragio de’ Cittadini di Firenze, quando sopravvenne la divisione trà Neri, e Bianchi, fù riputato sentire con parte Bianca, e per questa cagione, insieme con gli altri fù cacciato di Firenze: il perché ridotto ad Arezzo, quivi fé dimora, aiutando sua parte, e sua setta virilmente quanto bastò la speranza di dover ritornare a casa ; di poi mancando la speranza, partì da Arezzo, ed andonne in Corte di Roma, la quale in que’ tempi era nuovamente trasferita ad Avignone: in Corte fù bene adoperato con assai onore, e guadagno, e quivi allevò due suoi figliuoli, de’ quali l’uno ebbe nome Gherardo, l’ altro Checco: questo è quello, che fù poi chiamato Petrarca, come in processo di questa sua vita diremo.
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Il Petrarca dunque allevato ad Avignone, comunche e’ venne crescendo, si vide in lui gravità di costumi, ed altezza d’ ingegno. E ‘ fù di persona bellissimo, e bastò la formosità sua per ogni parte di sua vita. Apparate le lettere, ed uscito di quelli primi studj puerili, per comandamento del Padre si diede allo studio di Ragion Civile, e perseverò vi alcuno anno: Ma la natura sua, la quale a più alte cose era tirata, roco stimando le Leggi, ed i litigj, e riputando quella essere troppo bassa materia a suo ingegno, nascosamente ogni suo studio, a Tullio, a Vergilio, ed a Seneca, ed a Lattanzio, ed a gli altri Filosofi, e Poeti, e Storici riferiva, egli ancora pronto a dire in prosa, pronto a ‘Sonetti, ed a Canzoni morali, gentile, ed ornato in ogni suo dire; intanto sprezzava le Leggi, e loro tediose, e grosse commentazioni di chiose, che se la reverenza del Padre non l’avesse tenuto, non che esso fosse ito dietro alle Leggi, ma se le Leggi fossero ite dietro a lui, non l’ arebbe accettate.
Dopo la morte del Padre, fatto di sua podestà, subito si diede tutto a quelli studj apertamente, de’quali prima nascoso discepolo era stato per paura del Padre, e subito cominciò a volar sua fama, e ad esser chiamato, non Francesco Petrarchi,ma Francesco Petrarca, ampliato il nome per riverenzia delle virtù sue. Ed ebbe tanta grazia d ‘ intelletto, che fù il primo, che questi sublimi studj lungo tempo caduti, ed ignorati rivocò a luce di cognizione: i quali dapoi crescendo, montati sono nella presente altezza, della qual cosa, acciò che meglio s ‘ intenda, facendomi a dietro, con beve discorso raccontar voglio:
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La lingua Latina, ed ogni sua perfezzione, e grandezza fiori massimamente nel tempo di Tullio, perocchè prima era stata non pulita, né limata, né sottile, ma salendo a poco a poco a sua perfezione, nel tempo di Tullio, nel più alto colmo divenne: doppo l’ età di Tullio cominciò a cadere, ed a discendere, come infino a quel tempo, era montata, e non passarone molti anni, che ricevuto avea grandissimo calo, e diminuzione; e puossi dire, che le lettere, e gli studj della lingua Latina andassero parimente con lo stato della Republica di Roma; perocchè infino all’età di Tullio ebbe accrescimento. Dipoi perduta la libertà del Popolo Romano per la Signoria degl’ Imperadori, i quali non restarono d ‘uccidere, e di disfare gli uomini di pregio, insieme col buono stato della Città di Roma, perì la buona disposizione degli studji, e delle lettere.
Ottaviano, che fù il men reo Imperadore, fece uccidere migliaia di Cittadini Romani; Tiberio, e Caligula, e Claudio, e Nerone, non vi lasciaro persona, che avesse viso d’uomo: Seguitò poi Galba, ed Ottone, e Vitellio, i quali in pochi mesi disfecero l’un l’altro: Dopo costoro non furono più Impera dori di sangue Romano, perocché la Terra erasi annichilata da’ precedenti Imperatori, che niuna persona d ‘ alcun pregio v ‘ era rimasa ; Vespasiano, il quale fù Imperadore dopo Vilellio, fù di quel di Rieti, e cosi Tito, e Domiziano suoi figliuoli: Nerva Imperadore fù da Narni: Traiano adottato da Nerva, fù di Spagna: Adriano ancor fù di Spagna: Severo d ‘ Africa, Alessandro d’ Asia, Probo d’ Ungheria: Diocleziano di Schiavonia; Costantino fù d ‘ Inghilterra. A che proposito si dice questo da me? solo per dimostrare, che come la Città di Roma fù annichilata da gli ‘Mperadori perversi Tiranni, così gli studj, e le lettere Latine riceverono simil raina, e diminuzione, intanto, che all’estremo quasi non si trovava chi lettere Latine, con alcuna gentilezza sapesse. E sopravvennero in Italia i Goti, ed i Longobardi, nazioni barbare, e strane, i quali affatto quasi spensero ogni cognizione di lettere, come appare negl’ Instrumenti in que’ tempi rogati, e fatti, de’quali niente potrebhe essere più material cosa, ne più grossa, e rozza.
Ricuperata da poi la libertà de’ Popoli Italici, per la cacciata de Longobardi, i quali ducento quattro anni tenuto aveano Italia occupata, le Città, di