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Жизнеописание Данте и Петрарки - Леонардо Бруни

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solamente per parole ma ancora per fatti dispettosi ed acerbi, cominciati tra’ giovani e discesi tra gli uomini di matura età, la città tutta stava sollevata e sospesa. Addivenne, che essendo Dante de’ Priori, certa ragunata si fe’ per la parte de’ Neri nella chiesa di Santa Trinità; quello che trattassero fu cosa molto segreta, ma l’effetto fu di fare opera con papa Bonifazio VIII, il quale allora sedeva, che mandasse a Firenze messer Carlo di Valois de’ Reali di Francia, a pacificare e a riformare la terra. Questa ragunata sentendosi per l’altra parte de’ Bianchi, subito se ne prese suspizione grandissima; in tanto, che presero l’armi, e fornironsi d’amistà, e andarono a’ Priori aggravando la ragunata fatta, e l’avere con privato consiglio presa deliberazione dello stato della città; e tutto esser fatto, dicevano, per cacciargli di Firenze: e per tanto dimandavano a’ Priori, che facessero punire tanto prosuntuoso eccesso. Quelli che avevano fatta la ragunata temendo anche loro, pigliarono l’armi, e appresso i Priori si dolevano delli avversarii, che senza deliberazione publica s’erano armati e fortificati, affermando che sotto varii colori gli volevano cacciare; e domandavano a’ Priori che li facessero punire, sм come perturbatori della quiete publica. L’una parte e l’altra di fanti e d’amistà fornite s’erano; la paura, e il terrore, e il pericolo era grandissimo. Essendo adunque la città in armi e in travagli, i Priori, per consiglio di Dante, provviddero di fortificarsi della moltitudine del popolo, e quando furono fortificati, ne mandarono a’ confini gli uomini principali delle due sette, che furono questi: messer Corso Donati, messer Geri Spini, messer Giacchinotto de’ Pazzi, messer Rosso della Tosa, e altri con loro. Tutti questi erano della parte Nera, e furono mandati a’ confini a Castel della Pieve, in quel di Perugia. Della parte de’ Bianchi furono mandati a’ confini a Serezzana: messer Gentile e messer Torrigiano de’ Cerchi, Guido Cavalcanti, Baschiera della Tosa, Baldinaccio Adimari, Naldo di messer Lottino Gherardini, e altri.

Questo diede gravezza assai a Dante, e con tutto ch’esso si scusi come uomo senza parte, niente di manco fu riputato pendesse in parte Bianca, e che gli dispiacesse il consiglio tenuto di chiamar Carlo di Valois a Firenze, come materia di scandali e di guai alla città; e accrebbe la ‘nvidia, perchè quella parte de’ cittadini che fu confinata a Serezzana, subito ritornò a Firenze, e l’altra parte confinata a Castel della Pieve si rimase di fuori. A questo risponde Dante, che quando quelli di Serezzana furono rivocati, esso era fuori dell’uffizio del Priorato, e che a lui non si debba imputare: più dice, che la ritornata loro fu per l’infirmitа e morte di Guido Cavalcanti, il quale ammalò a Serezzana per l’aere cattiva, e poco appresso morì. Questa disagguaglianza mosse il Papa a mandar Carlo di Valois a Firenze; il quale, essendo per riverenzia del Papa e della Casa di Francia ricevuto nella città, di subito rimise i cittadini confinati, e appresso cacciò la parte Bianca per rivelazione di certo trattato fatta per messer Piero Ferranti suo barone: il quale disse essere stato richiesto da tre gentili uomini della parte Bianca, cioи da Naldo di messer Lottino Gherardini, da Baschiera della Tosa e da Baldinaccio Adimari, di adoperarsì con messer Carlo di Valois che la lor parte rimanesse superiore nella terra; e che gli aveano promesso di dargli Prato in governo, se facesse questo: e produsse la scrittura di questa richiesta e promessa, con gli suggelli di costoro. La quale scrittura originale ho io veduto, perocché ancor oggi и in Palagio tra l’altre scritture publiche; ma quanto a me, ella mi pare forte sospetta, e credo per certo che ella fosse fittizia. Pure, quello che si fosse, la cacciata seguitò di tutta la parte Bianca; mostrando sdegno Carlo di questa richiesta, e promessa da loro fatta.

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Dante in questo tempo non era in Firenze, ma era a Roma, mandato poco avanti imbasciadore al Papa, per offerire la concordia e la pace de’ cittadini: nientedimanco, per isdegno di quelli che nel suo Priorato confinati furono della parte Nera, gli fu corso a casa, e rubata ogni sua cosa, e dato il guasto alle sue possessioni, e a lui e a messer Palmieri Altoviti dato bando della persona per contumacia di non comparire, non per verità d’alcun fallo commesso. La via del dar bando fu questa: che legge fecero iniqua e perversa, la quale si guardava in dietro, che il Podestà di Firenze potesse e dovesse conoscere i falli commessi per lo addietro nell’ufficio del Priorato, contuttoché assoluzione fosse seguita. Per questa legge citato Dante per messer Cante De’ Gabbrielli allora Podestа di Firenze, essendo assente e non comparendo, fu condannato e sbandito, e publicati i beni suoi contuttoché prima rubati e guasti.

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Abbiamo detto come passò la cacciata di Dante, e per che cagione e per che modo: ora diremo qual fosse la vita sua nello esilio. Sentito Dante la ruina sua, subito partì da Roma, dove era imbasciadore, e camminando con gran celeritа ne venne a Siena; quivi intesa chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accozzarsi con gli altri usciti: e il primo accozzamento fu in una congregazione delli usciti, la quale si fe’ a Gargonsa, dove, trattate molte cose, finalmente fermaro la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano generale il conte Alessandro Da Romena, ferono dodici consiglieri, del numero de’ quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero per infino all’anno 1304. Allora, fatto sforzo grandissimo d’ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con grandissima moltitudine, la quale non solamente d’Arezzo, ma da Bologna e da Pistoia con loro si congiunse; e giugnendo improvviso, e subito presono una porta di Firenze, e vinsono parte della terra. Ma finalmente bisognò se n’andassero senza frutto alcuno.

Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d’Arezzo e andossene a Verona, dove, ricevuto molto cortesemente da’ Signori della Scala, con loro fece dimora alcun

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